I luoghi parlanti
di Fabiola Naldi
La lunga carriera artistica di Andrea Chiesi ha già ampiamente dimostrato come e quanto i tempi e gli spazi dei luoghi prescelti come dall’artista immagine e immaginario siano ben radicati nel nostro vivere quotidiano.
Gli spazi industriali si combinano, e a volte si alternano, tramite una stesura pittorica fedele alla rilevazione di sistema tipico dei situazionisti francesi ma, ancora di più, dei lettristi di Isidore Isou. Alberi, rovine metalliche, boschi e spazi industriali sono trattati nello stesso modo: estratti dal loro contesto iniziale (che perdura sulla trama pittorica solo per permettere al fruitore la minima sensazione di riconoscibilità) essi sono tutti parcellizzati al microscopio, riportandoli in vita solo tramite frammenti e blow up visivi. Il cut up anti narrativo della letteratura di William Burroughs è omologo al modo di sezionare il punto di vista non solo dell’autore, traducendo la priorità estetica di Chiesi di costituire una nuova psicogeografia degli spazi vissuti.
Ovviamente straniando alcune parti della composizione visiva ciò che rimane è un particolare solo, a volte orrorifico e indubbiamente silenzioso. Ma avvicinandosi a ogni istante riprodotto e presentato alla seconda si avverte un rumore di fondo, quasi un lieve bisbiglio.
Ogni prova pittorica porta con sé il germe dell’inafferrabilità e della inconsistenza, mentre il tema trattato viaggia fra architetture concrete (industriali, urbane) e costruzioni della mente e di una memoria sia visiva che fotografica. Il tempo e la sua impercettibile consistenza conducono l’attenzione dell’osservatore in strani paesaggi sia notturni sia diurni. Ciò che rimane è lo spettatore che come un voyeur furtivo supera le barriere architettoniche, scavalca le interruzioni strutturali di un orizzonte che si restringe in micro visioni puntuali e analitiche. Ma è proprio qui che sta l’abile intenzione artistica di Chiesi. Da qualche parte bisogna pure andare, qualcosa si deve comunque superare, che siano prove o semplici tragitti. Con la pittura l’insieme si fa straniante, isolato, insuperabile come se lo stesso artista sapesse che quel tempo infinito e quello spazio imperscrutabile non sono altro che una proiezione della nostra mente. Non una fotografia, in questo caso, ma una pittura che trae spunto dalla realtà, diversificandola e sconvolgendola dal suo interno. I luoghi rappresentati (molto cinematografici e narrativi) esistono davvero, forse, ma non è questa la cosa realmente importante. Anche se fossero allucinazioni di una mente pericolosa, la superficie bidimensionale trascende l’ovvio regalando una nuova “magia” visiva.