La "pelle" di Andrea Contin
Di Fabiola Naldi
Non bastano le svariate modalità espressive che l’attuale cultura visuale offre per “entrare” realmente nel percorso artistico di Andrea Contin. Non bastano neppure le possibili analogie e confronti con molti altri artisti internazionali che operano in una maniera, diciamo così, empaticamente vicina al percorso di Andrea Contin.
Sarebbe addirittura restrittivo descrivere un’opera piuttosto che un’altra, perché Andrea Contin sceglie i mezzi più svariati (il disegno, la fotografia, l’installazione, il video, la performance) solo ed esclusivamente per un motivo: per formare un’esperienza che trova la massima presentazione in un’operazione artistica in costante mutamento.
Andrea Contin ha la capacità di riflessione (materiale e culturale) non di un’artista bensì di un estetologo che plasma la materia alla luce di una possibilità coinvolgente e sinestetica degna di uno studioso piuttosto che di un’artista. Il primo mediatore tra il pensiero astratto e la sua fenomenicità è spesso lo stesso corpo dell’artista che si piega e si trasforma nel nome del medium per eccellenza. Tra la pelle concettuale e quella “mondana” (per usare un termine caro all’estetica) risiede l’intenzione dell’operatore trasfigurata da un’ironia costante utilizzata come linguaggio primigenio. Un’ironia intesa come figura retorica in grado di prendere le distanze dalle stesse operazioni, e poi rileggerle alla luce di una rinnovata consapevolezza.
Andrea Contin chiede al fruitore di essere non solo presente ma anche anche partecipe di una tale processo che può poi divenire un disegno, un oggetto, una fotografia, un’azione performativa o un video.
E questo spettatore, divenuto nel frattempo agente attivo, fruisce l’intento culturale consapevole di dividere con l’autore un coinvolgimento totale in una sorta di relazione in costante crescita.
Le opere di Andrea Contin hanno il privilegio di non essere facilmente collocabili e di potere essere utilizzate in svariate accezioni: il compito di inserirle in un ambito piuttosto che in un altro spetta unicamente a colui che condividerà l’intento provocatorio che muove la volontà culturale dell’artista.
Non è più possibile parlare di un’opera piuttosto che di un’altra, soprattutto per Andrea Contin. Viviamo un’epoca visiva in cui non possiamo dimenticare la complessità del nostro vivere e del nostro pensare: all’artista non rimane altro che puntare più in alto, magari ingarbugliando il gioco espressivo fra mille dicotomie e relazioni, proprio come accade nel nostro vivere comune.