Non solo un quadro, non solo un pittore

di Fabiola Naldi


Alcuni anni fa ho chiesto a Davide Nido di elencarmi i “maestri” colpevoli di avergli trasmesso una costante e famelica ricerca di nuovi e inaspettati materiali. La risposta è stata certa e veloce: Luciano Fabro e Aldo Mondino. Il primo è stato il suo insegnante d’accademia, il secondo è stato il suo maestro, mentore di “irriverenti” soluzioni tecniche - concettuali con cui ha fedelmente interagito. Davide Nido ha seguito il consiglio del grande Aldo Mondino: mostrare un’attenzione particolare per tutti i materiali non convenzionali e unirli a un continuo gusto provocatorio. L’allievo non ha cercato componenti sempre diverse su cui imprimere l’indice di una ferma intenzione stilistica: il “discepolo” ha scelto un unico impasto alternativo ai classici dell’arte pittorica e su quello si è avventato, studiandone le possibili combinazioni e alterazioni.

In questo il maestro Mondino è sempre presente. Si possono scegliere materiali diversi, oppure fermarsi su uno in particolare: l’importante è andare avanti, proseguire oltre, non accontentarsi di una singola materia e divertirsi e far divertire lo spettatore con le “meraviglie” creative. Credo che l’atteggiamento serio e ludico al contempo dei principali lavori di Mondino sia tuttora partecipe del processo tecnico di Nido, nonostante l’allievo si sia liberato della presenza “ingombrante” del maestro. Nell’istante in cui Davide Nido ha incontrato la colla al silicone, la sua strada è stata segnata: tornare indietro non si può, ma avanzare curiosamente fra i piccoli anfratti della sperimentazione (apparentemente decorativa) si può, eccome se si può.
E così è successo. Tubetto dopo tubetto, pantone dopo pantone, tela dopo tela, il processo si è formato e la prassi si è affiancata alla teoria, alimentando il famelico gesto di un artista che considero tale in un senso “postmoderno” del termine. Davide Nido non è un semplice pittore, così come non è un semplice inventore plastico di strane “onde al silicone” che si avviluppano su di una tela rassegnata ad essere supporto bidimensionale di un disegno più complesso e strutturato.

Ho pensato al suo modo di lavorare e ho riflettuto sull’intensità narrativa delle traiettorie delle sue colle: il modo di processare il materiale e di coinvolgerlo su di una costruzione plastica più ampia è tipico delle fasi progettuali degli architetti e dei designer. Una stesura iniziale ricopre la tela vergine con una singola cromia che varia di volta in volta: la prima “gettata” viene poi ricoperta da ulteriori stesure per mezzo dell’uso di una pistola termofusibile (utilizzata da falegnami, elettricisti, meccanici) che spara sul supporto piccole quantità di colla siliconata perfettamente controllate dall’innocuo “killer” al fine di produrre una parziale manomissione percettiva dello sfondo. Ciò che emerge è un “vedo non vedo” che aiuta la stimolazione visiva ma anche la confusione retino oculare. Cosa risulta apparente all’inizio della visione? Lo sfondo o quelle strane forme astratte monocrome o policrome che si aggrappano sulle tele? I pieni e i vuoti si affrontano e si affiancano, i toni freddi delle colle si mischiano con le cromie calde della copertura pittorica dello sfondo, le linee orizzontali si incontrano con le linee verticali.

Davide Nido sceglie la via dell’astrazione concettuale e materica solo superficialmente. Credo che Nido non sia assolutamente un astratto, bensì un concreto nella forza con cui non lascia le proprie costruzioni in bilico fra presenze e assenze. Le forme assunte dalle colle sono in parte anche casuali ma molto più controllate e gestite di quanto non si possa credere.

Niente è lasciato in balia dell’attimo: tutto è immaginato, progettato, costruito con minuziosa analisi e il risultato non è l’astrazione di una precisa visione, ma l’ulteriore costruzione di un movimento immaginario ideato dall’artista. Ed è per questo che Davide Nido è un concreto e lo è nell’unico modo in cui si può esserlo attualmente; sfruttando l’altro da sé, il diverso, sia per materiali che per funzioni, per definire i confini di un proprio procedere artistico.

 
 
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