I tempi ritrovati

di Fabiola Naldi

 

Non credo di aggiungere nulla di nuovo nell’affermare che Stefano Cagol non ha la minima paura di sfruttare le infinite possibilità formali e concettuali che i mezzi tecnologici offrono. Gli interventi estetici di Stefano Cagol oscillano costantemente fra le peculiarità della fotografia e le diversificazioni in progress del video, mantenendo sempre la priorità di “rubare” gli istanti di una realtà veloce e quasi impossibile da memorizzare. Giungono, allora, i media tecnici che ci permettono, da oltre un secolo, di trattenere la pelle del mondo e di poterla poi modificare a proprio piacimento. Le visioni prelevate dalla realtà vivono proprio di questo potere interno al mezzo utilizzato, sospendendo l’attimo dello scatto in sovrapposizioni tecniche, in alliterazioni digitali o in interruzioni visive di spazi pieni e spazi vuoti. Quando il tempo sembra scorrere troppo velocemente oppure quando l’esperienza è così intensa da volerla e doverla trattenere, ci soccorre la fotografia e quella sua magica possibilità di fermare l’istante.

Dal giorno della sua invenzione scientifica l’obiettivo fotografico ha realizzato l’incredibile opportunità di fissare l’immagine di un tempo concluso: ricordi, emozioni o più semplicemente luoghi che mai più vedremo rimangono sul supporto fotografico a testimonianza che noi c’eravamo. L’occhio vede, la memoria trattiene e la macchina fotografica registra. La riproduzione bidimensionale è il risultato di un insieme di momenti spazio temporali di cui lo scatto fotografico è il principale traduttore. E fino a qui niente di nuovo: giunti quasi alla fine del primo decennio di un nuovo millennio così incerto, le capacità fotografiche sembrano un lontano ricordo di un’epoca distante e conclusa.

In realtà, ora più che mai, le operazioni visuali amano riprendere anche tutti quei media ritenuti oramai obsoleti e ripetuti differentemente secondo gli insegnamenti della culturologia imperante. L’operatore culturale contemporaneo avverte l’esigenza di entrare nel reale di cui fa continua esperienza per sovvertirne i valori interni. Pensare la fotografia e l’artista come i testimoni di una precisa presenza qualifica non solo il senso interno al mezzo prescelto, ma anche l’intenzione con cui il processo si svolge, amplificando l’affermazione che “l’essere in faccia alle cose” indica una totale immersione nel mondo reale e la possibilità di autenticare anche l’immagine meno realistica. In questa posizione morbida e transitoria troviamo la fotografia e, più nello specifico, le immagini fotografiche di Stefano Cagol che, con la rapidità delle sue azioni, influenza il rapporto fra l’effetto estetico dell’immagine e il tempo reale a cui si riferisce.

Mi si potrà criticare il fatto di continuare a utilizzare riflessioni ovvie e ripetute nel tempo. Ma, a ben guardare, la specificità del lavoro di Stefano Cagol risiede proprio in questo compendio teorico: l’efficacia della coesistenza. Il tempo di queste schegge fotografiche è una somma di tempi ripetuti, diversi ma implicati l’uno nell’altro, un passato e un presente prolungati e impossibili da isolare.

 
 
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