5 domande a Roberto Coda Zabetta

 

D. Bianco e nero, pennellata informale, grande formato: da dove arriva tutta questa energia?

R. Dalla sofferenza e dalla continua voglia di nutrimento.

 

D. Perché non hai mai compiuto una transizione definitiva verso l'informale?

R. È come chiedere ad un musicista jazz perché non è mai passato alla musica classica o ad un motociclista perché non è un automobilista.
La transizione definitiva è ciò che rimane al termine del lavoro, la forma finale è la mia espressione massima per ricordare e per poter tacere.

 

D. Ci sono pittori italiani dalla pennellata vigorosa che cercano di mantenere intatta la riconoscibilità del soggetto, e usano la tecnica per non far vedere questo sforzo. Tu invece non sei preoccupato di mostrare le cose per come stanno: facce dipinte in modo scomposto.

R. La mia tecnica è velocità e azione. Il risultato finale sono una sequenza di grandi schiaffi che mi consentono di arrivare ad una completa sobrietà tra me e il soggetto che ho dipinto.
Comprendere, non è affar mio.

 

D. Sembra quasi impossibile non parlare di ritmo, di musica e di blues per le tue opere...

R. Un caro amico, tempo fa, aveva scritto un intero testo parlando di ritmo, jazz e delle mie opere. PPP, Una Pittura da 118a.
Definiva la mia pittura una jam-session per immagini, colpi precisi che non possono essere modificati, arrivando a paragonarmi addirittura ad un suono stridente alla Charlie Parker o ad un accordo smodato di Telonious Monk.
Sinceramente, non credo di saper rispondere a questa domanda, credo però, che il periodo d'esecuzione di un buon lavoro sia simile ad un tempo musicale.
Dedico a lui queste ultime note.

 

D. La tua prossima mostra "Koi and Trinacria", insieme a Filippo Sciascia alla Indonesian National Gallery, propone molte tele in cui è presente l'iconografia del sud est asiatico. Perché ora questa suggestione per questa cultura?

R. Perché trovo la loro creatività, quella antica, eccelsa. La definizione di azione, per loro, rappresenta lentezza e saggezza. L'esigenza dell'unione, nasce dalla volontà di cercare un'estetica che vada oltre alle enormi differenze culturali/sociali che ancora oggi creano un grande vuoto.
Per poter capire, ho iniziato studiando la carpa Koi. Da sempre, simbolo di grande virilità. La carpa è il più coraggioso dei pesci, che risale a nuoto le cascate. Quando viene pescata e messa sul banco per essere tagliata, la leggenda giapponese dice che la carpa non trema.
Queste sono qualità che incarnano lo Yamato Daimashi, lo spirito giapponese. Oggi la ricerca è sulla Cina e l'Indonesia. Oltre, c'è sempre e solo il volto. Simbolo fondamentale per la mia esistenza. Forse, saggezza.

 

7 febbraio 2008

 

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