4 domande a Daniele Giunta

 

 

D. "Impalpabile" è il primo aggettivo che viene in mente guardando la tua pittura. È una rarefazione fredda e pianificata a tavolino, magari lavorando per sottrazione, o sei un istintivo?

R. Una forte pianificazione senza una fase successiva di carattere esplorativo sarebbe una caduta, pianificare e basta in arte è un imperdonabile manierismo stilistico. L’intuito è un fattore rilevante in pittura, è anzi fondamentale quanto inspiegabile e va seguito… sempre se si è stati in grado di includerlo nella ricetta. Vedo tante “Botole che si aprono. Cado a spirale”.


D. Un po' per i contorni incerti, un po' per lo sguardo e i rimandi estetici di certi tuoi personaggi, mi sembra che un'altra possibile chiave di interpretazione della tua pittura sia l'esitazione, cioè quello stato d'animo che genera il fantastico. Cerchi consapevolmente di mantenere uno stato di sospensione tra naturale e soprannaturale?

R. Avviene naturalmente.


D. In un testo critico di Ivan Quaroni, la tua pittura viene accostata all'elettropop scandinavo di Sigur Ros e Royksoop. Mi pare di capire che Quaroni identifichi come punti di contatto l'estetica romantica e la tensione verso l'indeterminatezza. Personalmente in quella musica ho sempre sentito anche molta "voglia di anni '90", quindi un leggero sapore di riflusso. Tu sei dell'81, questa cosa ti torna?

R. Uhm, sono d’accordo con Ivan quando afferma che la mia pittura è vicina al mood di certa musica, Sigur Ros e Knife (Silent Shout, 2006) più che Royksoop…
Metto anche i Radiohead di Kid A e In Rainbows (2007) e non mancano le destrutturazioni elegiache del nuovo jazz di Jim Black (con la sua band AlasNoAxis).
Questa è materia che sta ai confini dei rispettivi generi, poi ci si accorge che crea un genere a sé più che nostalgia.


D. Parliamo di tecniche: glitter, seta...come scegli i tuoi materiali e i tuoi colori?

R. La seta è la mia tela per tanti motivi, praticamente è come la mia pittura. Con lei il soggetto si smaterializza, tutto può cambiare, ha in sè un secondo contrasto luministico. Con la seta ogni defigurazione si popola di spettri.
Poi il bianco vergine non concede seconde possibilità, una volta inchiostrato non si ritorna al bianco. La pellicola serica è parte del mio linguaggio, accoglie perfettamente il mio inchiostro, vicina all’acqua e all’aria, sottilissima, cangiante, di luce, questi lavori sono da vedere dal vivo e basta.
Come sempre se uno va alla ricerca approfondendo anche la propria natura individuale, trova naturalmente il nuovo, ciò che prima non esisteva.
Per quanto riguarda il colore, se guardi con attenzione puoi notare che nel nero c’è spesso un accenno di arcobaleno. Ultimamente non uso neanche più il nero puro, il nero è la somma non illuminata di alcuni colori come l’indaco e il cobalto. In ogni colore inserito troverai più d’una variazione verso un altro colore, variazione che viene nascosta o rivelata dalla qualità di luce a cui è sottoposta l’opera. Spesso si tratta di un colore cangiante, che sa appunto di arcobaleno. Non vi è un discorso chiuso alla rappresentazione nemmeno nel modo di usare il colore. D’altra parte il mio lavoro non è mai subito saturo di colori, ma se sei curioso puoi notare infinite micro-variazioni, quasi come fossero delle frequenze musicali che possono anche sfuggire ad un primo ascolto. Negli ultimissimi paesaggi (se visti dal vivo) si possono distinguere colori che solo l’acqua + l’arcobaleno + i Sigur Ros conoscono. A me sembra una nuova qualità di colore.

 

10 luglio 2008

 
 
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