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Anatomia per una Beyeler di provincia

Di Davide Dall'Ombra

 

A volte pubblicato addirittura postumo, quasi sempre anni dopo la sua stesura, il primo romanzo di uno scrittore è un testo sempre molto interessante per comprenderne stile e storia. Tra le sue pagine se ne trovano, in nuce, spesso tutte le caratteristiche, le capacità descrittive, le doti evocative, l’amore a certi dettagli, le fissazioni… Tutto è buttato lì, in faccia al lettore, con quella baldanza sconsiderata che rimane legata ai vent’anni di ciascuno di noi. Certo nulla pare espresso ancora al pieno della potenzialità e lo sviluppo che attende questi assaggi di bravura non è ultimamente prevedibile ma, proprio per questo, a guardar bene, si tratta di opere preziose e dalla gustosissima petrosità.

Il ciclo di Emanuele Dottori dedicato a Villa Fiorita va considerato il suo primo romanzo: un lavoro maturato in un anno, in cui un ventiduenne diplomando di Brera si dedica con rara acribia allo studio di un luogo caro e misterioso. La giovinezza è paradigma della vita e quello che a vent’anni nessuno può impedirti di fare è ciò che nei restanti giorni dovrai difendere coi denti, dagli assalti cinici che, dentro e fuori di te, tenteranno di atterrarti. Sono dipinti liberi da uno stile da difendere, da una riconoscibilità da mantenere, frutto di uno stato di grazia per un pittore: quei momenti della vita in cui non si fa nessuna fatica a ribaltare tutto in un giorno e ricominciare da capo. Quanti quadri distrutti, carte stracciate e colori versati colorano questi momenti. Spesso tutto avviene nell’incazzatura di una notte e, anche grazie a queste “distruzioni”, tornando dopo pochi giorni nello studio del pittore, siamo costretti a lasciar fuori le convinzioni che c’eravamo fatti, ad abbandonare in fretta la debole pretesa di aver già capito la direzione intrapresa dal giovane artista.

Se un vero scrittore legge un libro al giorno e un vero critico vede, almeno, cinque o sei mostre al mese, un vero pittore… guarda. Un pittore, abituato a dipingere la realtà che lo circonda, guarda a essa con  un’intensità e profondità invidiabili, perchè tutto è degno di essere dipinto e trasfigurato dalla pittura, tutto è importante, sia esso un dettaglio da amare o odiare, abbracciare o sputare con rabbia. Per questo Dottori ha la prima dote di un vero pittore: guarda con attenzione ciò che lo circonda. Non basta, ma è necessario.

Guttuso, in una celebre premessa a una monografia su Caravaggio scriveva: “Le vie al realismo non sono infinite. È significativo che, alla fine del ’500, punto di partenza verso il realismo sia la natura morta, la pittura di oggetti; lo stesso accadrà al momento della nuova ripresa realista negli ultimi decenni del XIX secolo: i Fiori, la Trota, le Pere di Courbet, il Dessert di Monet, e Cézanne ostinarsi davanti ad un cartoccio di mele, per tanti sensi affine a ‘quei due baiocchi di frutta’ dipinti dal Caravaggio davanti al Bacchino malato” (1967).
Al di là dell’infinità delle vie al realismo, che ci sentiremmo di difendere affidando semmai l’unicità alla realtà stessa, appare preziosa l’indicazione sul punto di partenza preso vicino, anzi sottomano, comune ad ogni realismo e valida anche nel nostro caso, a patto di tener conto che Dottori appartiene a un’altra generazione, quella per cui il tavolo di casa è un perimetro di mondo dal quale si preferisce fuggire, non abitare. Per trovare il suo pezzo di realtà questa generazione (ma solo questa?) si trova più a suo agio uscendo a piedi nella città, tra la solidità architettonica che la domina. Negli spostamenti tra una stazione e l’altra la sua “natura morta a portata di mano” diventa uno di questi edifici cari: luoghi della vita che dalla vita stessa si lasciano ogni giorno, docilmente, attraversare.
Ecco perché non poteva che iniziare la sua strada da Villa Fiorita, la stazione del metrò a cui scende per andare a lavorare nel suo studio, a una sola fermata da quella di Cernusco in cui è salito, a due passi da casa. Solo due minuti di viaggio per ritrovarsi nel centro di un’ossessione, nel luogo prescelto poiché vivibile, oggetto privilegiato di studio, proprio per la sua dote di attraversabilità, condizione necessaria all’indagine pittorica di Emanuele.
Già da questo primo ciclo, infatti, appare dominante nel metodo di Dottori la convinzione che non si possa rappresentare ciò che non si conosce a fondo, ciò di cui non si sa con certezza cosa lo costituisca, cosa lo tenga in piedi, in una parola, ciò di cui non si conosce l’anatomia. La fascinazione di Dottori per la struttura del corpo umano, per lo studio dell’anatomia, lo porta a percorrere una strada verso la scoperta dell’anatomia architettonica che è stata in passato luogo privilegiato di grandi architetti, ma qui condotta alla larga da visioni antropomorfizzanti dell’edificio, e da mostruosi precipizi mentali. Più semplicemente si tratta di una vitale necessità di andare al fondo di uno stupore istintivo, di sbattere il muso sul cemento, a furia di voler capire cosa ci sia di affascinante in un edificio che, a un occhio distratto, può sembrare solo un brutto catafalco grigio.
Villa Fiorita è una lama di cemento e vetro opaco che si stende ormai inerte tra l’erba della periferia urbana. Non si riesce a guardarla se non immaginando per lei un passato glorioso: un tempo in cui quello che ora è solo una carcassa era ancora un mostro marino mitico e spaventoso, abituato a mangiar navi, terrorizzando i pescatori della pianura padana ancora sott’acqua. Non sapremmo dire esattamente quando il mostro si sia arenato condannandosi alla morte; quello che è certo è che, dell’antica possenza, rimane, come bloccata nel tempo, solo la coppia di enormi fauci che ancora si ergono bestemmianti verso il cielo, ma comicamente erose dalla gente che le usa come rampe di scale. Il resto, intendo il corpo, si è ormai arreso placido e, sdraiato su una palafitta di tozzi pali rotondi, si lasciaogni giorno attraversare da un brulicare di gente che impietosa ne corrode le ossa ingrigite.  E la chiamano pure Villa Fiorita!
Mah sì, forse è giusto così, nella totale assurdità della sua fine, forse è giusto così. E poi comunque c’è ancora qualcosa di nobile in lei: questa carcassa conserva, malgrado tutto, la sua dignità e proprio in questo suo mostrare tutto di sé, ogni legamento, ogni cartilagine, ha fatalmente attratto le mire figurative di Dottori.
Per ricambiarla di tanta cedevolezza il pittore gli ha dedicato i mesi di studi che hanno portato alle opere di questa mostra: dai due grandi carboncini posti quale soglia d’ingresso, nella loro essenza di pudiche e violente tappe di avvicinamento al soggetto (Verso Villa Fiorita_1-2), alle quattro grandi carte che si ergono come bandiere sulle teste del visitatore (Villa Fiorita_1-4). Quattro vessilli che incorniciano, ognuno a suo modo, la visione centrale di Villa Fiorita, sbattuta su una quinta carta in tutta la sua malinconica bellezza, grazie ai bellissimi scatti di Silvia Banzatti. Quattro bandiere eseguite una dopo l’altra ma che non si accendono dalla cenere della precedente: si tratta di opere nate dall’aver percorso strade che divergono da un unico punto, l’oggetto rappresentato, e che portano a quattro contrade diverse, di cui queste opere non sono altro che i gonfaloni. Quattro contrade, quattro anime di una città e quattro gonfaloni espressione della necessità di Dottori di spingere l’acceleratore, una volta per tutte, su altrettante componenti della sua pittura. Ogni opera è in sostanza il cartello “strada senza uscita” che per malignità pedagogica e necessità di gavetta, la vita ha posto al fondo della via anziché al principio, obbligando il pittore a percorrerla. È così che la necessità di conoscenza anatomica di cui sopra ha portato alla fusione con suggestioni sironiane e piani evanescenti (Villa Fiorita_1) si è eccitata fino allo spasma scardinando con la follia la struttura (V. F._2) ha trovato una breve permanenza di equilibrio nell’omaggio al crepuscolo del figurativo milanese d’inizio millennio (V. F._3) per approdare, o infrangersi, nella sintesi cromatica che è anche ribaltamento definitivo in Villa Fiorita_4. Ai piedi di ogni gonfalone, su un robusto leggio inamovibile, il foglio con l’inno della contrada è volato via e, al suo posto, poggia un piccolo d’après di Villa Fiorita: quattro opere (V. F._a-d) che in una sorta di flusso di coscienza, impossibile a dominarsi, si scoprono a posteriori in relazione sorprendente con i fratelli maggiori che li sovrastano.
Quasi senza accorgersene il leggio si fa piccolo altare, il quadretto ex-voto, le bandiere quadroni e la sensazione che ad andare in scena siano le esequie di Villa Fiorita, di una fase della nostra vita e della formazione di un pittore è ben più che un presentimento. E ora? Dove sta la resurrezione che i 23 anni pretendono?
Al di là di un esagono fattosi ormai claustrofobico, ecco un anticipo, un cantiere aperto, uno sguardo sul futuro che mentre scriviamo è già quasi presente. Una nuova ossessione pompa sangue nelle vene di Dottori, perchè sepolta l’enorme carcassa non c’è tempo per piangere i caduti. C’è un nuovo mostro da affrontare: non più la dignità possente e vittoriana di un vecchio bolso a cui si deve solo più deferenza. Ora, di fronte, c’è un cavaliere scintillante, forte della sua armatura. Ma questa è un’altra storia. “Coming soon”.

 
 
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