4 domande a Stefano Abbiati

 

D. Guardando i tuoi quadri mi è venuto spontaneo chiederti di fare luce sul rapporto tra i tuoi titoli e i soggetti. Nascono prima le parole, magari per indagare una suggestione linguistica, o viene prima la pittura?

R. Generalmente il titolo nasce per ultimo in base alla suggestione che crea il lavoro. Il titolo serve a creare uno spiazzamento, un disorientamento per formare un campo "elettrico" davanti al quadro, dove la mente perde alcuni riferimenti. Se dipingo un bimbo davanti a un fondo giallo non lo chiamerò "bimbo davanti a un fondo giallo" ma, che so, ad esempio, "un impiegato di banca si ricorda com'era". Ho un gran bisogno di giocare con le parole, perchè queste hanno un peso specifico e un potere eccezionale.
 

 

D. L'ambiguità ti viene naturale o richiede uno sforzo?

R. Se per ambiguità intendi il fatto che le figure che rappresento non hanno un identità ben riconoscibile, con tratti sessualmente ambigui o a volte animaleschi, devo dire che questo mi riesce naturale. Ma ho bisogno dello sforzo di seguire la natura, una fotografia, un soggetto già esistente per scatenare la "imaginatio".
  
 
D. La leggerezza del tratto infantile è spontanea o è il frutto di ricerca e osservazione?

R. Direi che sono del tutto spontanee e ingenue, generate durante la "trance creativa".
 

 

D. Ho l'impressione che alcune delle tue opere risentano di influenze cinematografiche, e forse anche dell'estetica horror. È così?

R. No, ho una scarsissima conoscenza in campo cinematografico. Piuttosto prendo molto spunto dalla letteratura; il libro più bello che abbia mai letto è "Trilogia della città di K." di A. Kristoff.

 

13 febbraio 2008

 

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 Stefano Abbiati

 

Studio transitorio di
Abbiati in un posto nella nebbia padana

 

 
 
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